La statua del ‘Todaro’ torna al suo originario splendore. Grazie alla marmellata di Asiago

Dopo undici mesi di lavori è stato completato il restauro della statua del ‘Todaro’.

L’originale della statua che sormonta una delle colonne di Piazzetta San Marco, a Venezia ritorna al suo originale splendore.

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La riconsegna e la benedizione della statua è avvenuta  nel corso di una breve cerimonia nel cortile di Palazzo Ducale.

Il restauro, effettuato da “Lares”, è stato reso possibile grazie alla collaborazione tra Comune di Venezia, Fondazione Musei Civici e Fondaco ed è stato finanziato da “Rigoni” di Asiago.

I restauratori hanno effettuato un’operazione di consolidamento, pulitura, stuccatura, ricostruzione e protezione dei vari elementi lapidei e bronzei.

“Adesso – ha assicurato Mario Massimo Cherido, di Lares – la statua sta bene e si presenta compatta”.

“Abbiamo rispettato i tempi – ha commentato Mariacristina Gribaudi, presidente della Fondazione Musei Civici – ma anche i visitatori, in un bellissimo esempio di come si può essere imprenditori in questi anni.

E Venezia è grata a questi imprenditori”.

Il Todaro:

San Teodoro, santo bizantino e guerriero, primo protettore della città, raffigurato in marmo nell’atto di uccidere un drago.

Il busto proviene da una statua classica di imperatore romano, mentre la testa, l’aureola, le braccia e le gambe che poggiano sul drago ucciso sono di epoca medioevale. La scultura è una copia dell’originale esposta all’ingresso di Palazzo Ducale.

Alla base di entrambe le colonne i Piazza San Marco,  sono presenti le raffigurazioni dei mestieri.

La Curiosità

Sotto le colonne, in epoca medievale e rinascimentale (che dovrebbero essere tre), erano poste delle botteghe in legno, tuttavia già dalla metà del XVIII secolo lo spazio tra le due steli venne destinato a luogo delle esecuzioni capitali, tanto che tuttora tra la popolazione locale persiste l’uso superstizioso di non attraversare lo spiazzo tra le colonne. Da questo uso deriva anche un modo di dire veneziano: “Te fasso veder mi, che ora che xe” (ti faccio vedere io, che ora è), derivato dal fatto che i condannati a morte, dando le spalle al bacino di San Marco, vedevano come ultima cosa la torre dell’orologio. Lo spazio fra le due colonne era anche l’unica “zona franca”, in cui si poteva legalmente giocare d’azzardo.

 

Pubblicato il: 10 giugno 2017

 

 

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