Perdersi a Venezia… Un Dovere!

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“Perdersi a Venezia è impossibile”, …anche per un turista!

Confondersi, o trovare un indirizzo specifico in poco tempo camminando il meno possibile però, è cosa ben diversa e potrebbe essere davvero complicato: scopriamo perché.

La prima “colpa” se dobbiamo parlare di caratteristiche è data dalla geografia irregolare della città. Infatti non è stata progettata a tavolino, ma bensì è sorta su isolotti.  Nei secoli l’intervento dell’uomo ha fatto il resto.

Poi, i “nomi delle strade di Venezia”: indigesti a tutti coloro che non parlano il veneziano ma unici e caratteristici frutto di una storia secolare.

Un mix che a ben guardare disorienterebbe chiunque. Figuriamoci chi non parla nemmeno l’italiano considerando che in città esiste una sola via e una sola piazza (via Garibaldi e Piazza San Marco n.d.r.).

La storia della toponomastica veneziana comincia nel secolo IX, quando Rialto, isola sulla riva sinistra del Canal Grande – cioè dalla parte opposta dell’insula Rivoalti di posteriore insediamento-, impose il proprio nome all’aggregato urbano ed insulare che nel corso di due secoli fini per chiamarsi civitas Rivoalti, sinonimo di civitas Veneciarum, che abbracciava le vecchie isole delle Gemine, di Luprio, di Spinalunga, di Olivola, di Canaleclo (Cannaregio), mentre si andavano estendendo le bonifiche, come quella di Dorsoduro ad opera delle comunità di religiosi, e si prosciugavano gli acquitrini un po’ ovunque.

Le piscine e canali superflui cominciarono a scomparire, lasciando i loro nomi soltanto nelle vecchie carte notarili, mentre sui terreni rassodati si moltiplicavano le dimore di legno.

Per la designazione delle “località”, dapprima si ricorse a punti di riferimento generici ”i capita”; ma erano gli edifici di culto, sempre più numerosi, che potevano fornire indicazioni certe e stabili.

Dopo la metà del Mille, quando ebbe un definitivo ordinamento ecclesiastico, la città venne divisa in confinia, circoscrizioni territoriali corrispondenti alle parrocchie, che alla fine del 1100 erano settanta e tante rimasero fino all’età napoleonica, lasciando denominazioni che sono sopravvissute alla chiusura e alla demolizione delle rispettive chiese; unica eccezione è quella di S. Geminiano: un nome scomparso con l’infame distruzione napoleonica dell’edificio.

Non meno remota dei toponimi propri è l’origine dei toponimi

comuni tipici di Venezia: callis è documentato già nel 1039; fondamenta, nel senso di striscia di terreno tra le case e un canale, nel 1078; rio (rivus) nello stesso secolo; nel secolo seguente sono documentati campo, campiello, campazzo. Alcune parole come tumba (isolotto) e fundamentum (terreno adibito a salina) dovevano scomparire col secolo XI; mentre piscina resisteva anche dopo gli interramenti e il vocabolo giungeva fino a noi.

All’inizio furono dunque pochi nomi geografici che rispecchiavano le condizioni naturali del suolo o certe sue caratteristiche.

Rio di Santa Croce e santa Maria della Salute 1883 The metropolitan Museum of Art NY

Poi vennero i nomi delle chiese; per più precisa individuazione dei luoghi, con lento secolare processo, le vie di terra e d’acqua presero il loro nome da edifici sacri, da monasteri, da dimore di patrizi e di popolani, da ospizi, dai capitelli o tabernacoli, dagli artigiani e dai

commercianti, dalle insegne delle loro botteghe e da quelle delle

osterie e delle locande, dai fondachi, dai teatri e cosi via; ma talvolta anche da un solo individuo (Pre’ Maurizio, Luca Zanco, Prete Zotto).

Talora le denominazioni sono cosi generiche (ponte storto, calle nova, calle larga, calle de mèzzo, calle scura, corte nova) da avere senso soltanto per il vicinato.

Ci sono nomi che tornano più e più volte: tuttora una ventina di luoghi si chiamano della Madonna e altrettanti del Cristo per la presenza, ·ovviamente, di capitelli o tabernacoli.

Allo stesso modo si ritrovano un po’ per tutta la città i nomi di certe famiglie patrizie divise in più rami.

Ma sopra tutti sono frequenti i nomi delle botteghe più popolari: nomi come Forno, che ancor oggi si incontra trenta volte, Fornèr (tredici), Pistor (dieci), Magazén (venti), Malvasia (diciotto). Undici volte torna Caffettièr e altrettante Spezièr. Ma ci sono anche nomi rari, che ricordano attività artigiane estinte, come Vérgola; purtroppo qualcuno non compare più, come Margaritèr.

Una toponomastica, dunque, di origine popolare, spontanea, quale oggi non sarebbe più concepibile.

Alcune mutazioni avvennero col tempo, talvolta per iniziativa popolare (si veda Mandolin), ma più spesso per la modificazione dei luoghi: talora fu sufficiente l’abbattimento di una casa isolata per far sparire quattro calli.

Alla metà del secolo scorso scomparve un altro toponimo unico, la calle delle Menole ai Gesuiti, come era scomparso secoli prima il rivo Mennolario a S. Trovaso (la mènola è un pesce). Più numerosi sono i cambiamenti che l’autorità, per il bene dei cittadini, volle imporre, a cominciare dal governo democratico del l797 che denominò Galleria della Libertà le Procuratie Vecchie e Galleria dell’Uguaglianza le Procuratie Nuove… la Fraternità rimase esclusa, perché non c’erano Procuratie Novissime. Dieci anni dopo si aprì la via Eugenia, in onore del Beauharnais; ma diventò poi Strada dei Giardini e infine Strada (ora Via) Garibaldi.

La numerazione per Sestieri, introdotta nel 1841, fece assumere un valore nuovo alla divisione dell’agglomerato cittadino in sei parti che era stata fatta, verso il 1170, a fini tributari e quindi politici e amministrativi.

Questa suddivisione comportò là semplificazione degli indirizzi e l’uso sempre meno frequente in essi delle complete indicazioni anagrafiche.

Dopo l’annessione al Regno d’Italia, si volle che anche nella toponomastica fossero ricordati alcuni nomi del Risorgimento. Ma se attecchì quello di Garibaldi, altri non entrarono nell’uso; infatti

il Campo Bandiera e Moro continuò ad essere detto della Bragola e la stessa Via Vittorio Emanuele, sebbene aperta al tempo di quel sovrano, rimase sempre, più umilmente, la Strada Nova.

Le grandi innovazioni nella toponomastica, tuttavia, vennero nel 1889, dopo che una commissione municipale ebbe concluso un lavoro decennale. Ma esse trovarono rispondenza nell’uso soltanto

a condizione che la nuova denominazione corrispondesse ad una trasformazione della topografia, oppure che essa si sovrapponesse

a nomi generici come pistor, malvasia, forno ecc., o infine, che sostituisse i sempre meno graditi nomi di Calle Sporca, Calle delle Scoazze e simili.

Qualche nome venne imposto anche “per piaggeria”: ad esempio Boldù a S. Maria Nova, Ceresa in Ghetto Novissimo.

Si è già detto del Campo Bandiera e Moro; lo stesso si potrebbe ripetere per il Campo Ugo Foscolo che è sempre rimasto delle Gatte, cosi come quello intitolato a Cesare Battisti e della Bella Vienna e Campo Angelo Emo è di S. Biagio.

Non mancano le eccezioni, naturalmente: la denominazione Nazario Sauro ha realmente soppiantato quella di Tedeschi: ma qui la rispondenza del sentimento popolare ad una decisione presa dal Consiglio Comunale, trova la sua spiegazione nel nome che si volle cancellare nel clima particolare del 1916, e nell’essere quello, un luogo meno noto e frequentato del Campo della Bella Viènna.

Nomi invece che non devono trarre in inganno sulla loro antichità, sono quelli imposti a vie formatesi in conseguenza di nuove costruzioni.

A San Giobbe ad esempio, nel 1905-1910 (Saòn, Scarlatto, Colori; si è voluto dare il nome di Ca’ Pesaro al vecchio Campiello delle Canne per certe casette che quella famiglia vi possedeva in passato)

Alle Chiovere di San Rocco nel 1909-1912 (Fonderia, a ricordo delle officine Neville); a San Leonardo nel l903-1912 (Perleri, Tiracanna, per una fabbrica di conterie, industria allora prospera, specie a Cannaregio per la vicinanza con Murano; Zolfo o Sòlfare, per una raffineria di questo minerale).Campanile rio di San Polo

Recenti sono anche alcuni nomi alla Giudecca (Pesce, cape, Gran, More) e naturalmente, tutti quelli di Sacca Fisola.

Alla vecchia toponomastica locale si è fatto ricorso per le strade che corrono tra le case costruite nell’area di S. Marta (Baghei, Terren del Panizza; non si è invece ripristinato il nome di Péttole).

Purtroppo le cessioni a privati di calli cieche e di corti e le demolizioni sia nel centro che alla periferia della città hanno fatto scomparire in questo secolo non pochi nomi come Cascada, Cedrera, Cendai, Corbetta, Diamanti, Dodolo, Gobbi, Margariter, Otturati, Santa, per citarne soltanto alcuni.

Dopo la fine dell’ultima guerra, fu deciso di riformare la toponomastica cittadina, riconducendola alle forme dialettali genuine del passato e ripristinando, accanto a quelle vulgate, denominazioni ormai desuete; ma questa iniziativa ha trovato resistenza nel deterioramento che il dialetto ha subito in secoli di italianizzazione.

È improbabile che possano tornare nell’uso vivo forme come San Zanipòlo per San Giovanni e Paolo, San Zanino vo per San Giovanni Novo, Greghi per Greci, San Bastiàn per San Sebastiàn, Sant’ Isepo per San Giuseppe.

Queste ormai sono forme dotte invece che popolari.

Rimangono poi i problemi di trascrizione fonetica: perché S. Canzian e invece Cimitero? Può essere interessante, ma sa di ripristino archeologico aggiungere del Persémolo a Biri picolo, Zingane ad Amor degli Amici, Sgnanfe a Savie e Sangolina, o Zangalina che sia, alla Corte de la Madoneta presso la Calle dei Sartori.

Ha trovato resistenza anche l’estensione dell’uso, antico ma non costante, di ridurre nomi o cognomi alla forma aggettivale femminile quando riferiti a calle e corte (es.: Ponte Zancani e Calle Zancana).

È comprensibile quindi che le innovazioni progettate abbiano trovato finora limitata applicazione anche nelle scritte stradali, oltre che limitata accoglienza nell’uso.

di Francesco Fascetti


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